La persona come fine e non come mezzo

La libertà personale è il riflesso della libertà degli altri

Siamo ormai a fine anno scolastico e spesso si sentono ragazzi che hanno l’ansia di dover studiare libri, imparare il testo, quasi come se fossero loro a servizio dello strumento di lavoro. Il libro, gli appunti e le ricerche su internet fatte in modo funzionale, sono elementi utili al raggiungimento dei propri obiettivi che devono essere di apprendimento, di conoscenza. Perché quando ci approcciamo ad un testo con curiosità, andando a ricercare le informazioni che ci servono, facciamo già un primo lavoro di analisi e ricerca di informazioni, veicolate da un’idea di base. L’errore sta nel porsi di fronte agli impegni e ai compiti non con l’approccio funzionale mosso dal bisogno di conoscenza, ma guidati dalla doverizzazione astratta, che rende lo studio un’azione passiva, che finisce per risultare meno interessante di qualsiasi stimolo una persona abbia intorno a sé.

Il libro deve essere il mezzo per imparare e noi il fine, se dobbiamo studiare per sapere tutto di quel libro, la situazione si capovolge, è come se fossimo noi il mezzo a servizio del libro che diventa il fine.

Ecco la persona è sempre il fine e non il mezzo: questo concetto è importante perché ci consente, anche nelle relazioni di mantenere la propria individualità nel rispetto dell’altro, che non dobbiamo cambiare e, se discosta dai nostri valori, non dobbiamo confondere il fine, persona, con il mezzo, il dialogo, la via maestra è sempre la gentilezza.

Questo atteggiamento gentile verso noi stessi e gli altri può essere supportato da pratiche di mindfulness, ovvero quell’idea di consapevolezza che ci fa stare nel momento presente, lasciando andare le tensioni, ma non fatta per rilassarsi, ma per affrontare le situazioni, accogliendo le nostre ansie e le nostre paure, facendo spazio, per abituazione, diverranno sempre più famigliari, consentendone il superamento. Il poter guardare l’emozione da fuori e rivere scene della nostra vita, in mindfulness, come essere a teatro, ci consente di rivivere la situazione, andando indietro con la moviola, senza quell’emozione, modificando il comportamento, verso il ‘come avremmo voluto’. Inoltre, durante la mindfulness, possiamo sentirci come ci sentiamo in quel momento e va sempre bene, non esiste in modo giusto, anzi è sbagliato solo quando ci sforziamo perché sia giusta, o fatta meglio. Durante la mindfulness, osservo con atteggiamento non giudicante le mie sensazioni ed emozioni, ma non ricerco rilassamento, altrimenti diventiamo noi il mezzo, per il fine benessere, invece il fine è la persona. Il fine attraverso queste pratiche deve sempre essere la persona, il rilassamento può esserci, ma non è l’obiettivo.

Anche in un percorso di psicoterapia, la persona è sempre il fine e le tecniche terapeutiche, devono essere a servizio del benessere della persona, il terapeuta act, saprà guidare il proprio paziente, che può superare i propri limiti, quando si sente in mani sicure, senza tecnicismi o etichette che anzi allontanano da giuste pratiche terapeutiche. Il terapeuta act, secondo le moderne tecniche cognitivo comportamentali di terza generazione, è quello, per usare una metafora , che entra in piscina con il paziente per insegnargli a nuotare, rendendolo autonomo, o per salvarlo, con atteggiamento empatico e mai giudicante.